Settembre è il mese dei bilanci e dei buoni propositi bis, quello in cui diamo una seconda chance a noi stessi dopo il fallimento dei buoni propositi fatti a gennaio nell’arco dei primi 8 mesi dell’anno. Il mio bilancio parte dall’estate. Non è stato un agosto rilassante. Non sono riuscita a strappare al lavoro tutto il tempo che avrei voluto e ho fatto un quarto delle cose che avrei voluto fare. Ma ho fatto un sacco di altre cose.
Ho raggiunto traguardi impensabili fino a qualche settimana fa: i miei genitori che mangiano con gusto zucchine crude e frutta nell’insalata, persone in spiaggia che dopo una vita tranquilla cominciano a chiedersi cosa significhi presa di spuma con metodo ancestrale; mio padre che discorre all’ombrellone di vini naturali e dove trovarli; coppie che sembravano ormai essersi autocondannate a Settimana Enigmistica e carte che organizzano aperitivi collettivi e intergenerazionali.
Di questo passo alla fine dell’estate potrei aver convinto qualcuno che la Vernaccia spumantizzata non può chiamarsi Prosecco e che tantomeno un metodo classico affinato 48 mesi può essere chiamato prosecchino.
Sì, ne ho di che essere orgogliosa, sto spargendo cultura, laddove spargere non è un termine scelto a caso: mi sento come se stessi irrorando con un idrante un campo su cui non pioveva da mesi. Sono consapevole che si tratta di gocce nel deserto, eppure alcuni piccoli arbusti sono coraggiosamente spuntati dal terreno.
Se c’è una lezione che ho tratto è che non è mai troppo tardi. Non è mai troppo tardi per essere curiosi, per imparare cose nuove, per cambiare, per essere vivi. Anche se i miei piccoli arbusti si seccassero con l’autunno, è possibile che qualche seme sopravviva all’inverno. E anche se non fosse così, pazienza: avrebbero comunque vissuto una stagione inaspettatamente fertile.
Fare programmi e buoni propositi a lunga scadenza non serve. Di recente ho letto un’intervista a Karim Nader, architetto libanese impegnato nella ricostruzione di un Paese segnato e tuttora in bilico tra morte e resurrezione. “In Occidente si è pervasi dalla mania del controllo – diceva – un’inclinazione con cui si finisce per lottare e soffrire. Qui siamo allenati all’imprevisto. Esiste anche un vantaggio in condizioni di incertezza: la possibilità di fare cose che molti credono impossibili. E’ come stare di fronte a una tela bianca. Hai la possibilità di dare coerenza al caos che ti circonda, sapendo che sarà un gesto comunque non permanente“. Ma non per questo meno importante.
In copertina: particolare di una scuola di Beirut ristrutturata da Karim Nader